Emilio ha cinquantotto anni, quarantotto dei quali trascorsi a leggere e rileggere l’intera opera di Salgari. Il primo libro, Il Corsaro Nero, l’ha letto all’età di dieci anni, nello spazio perfetto di tre ore ininterrotte, seduto sulla poltrona rossa del nonno accanto alla finestra della grande camera da letto, bevendo di tanto in tanto piccoli sorsi d’acqua da una tazza da latte. Il libro, ancora oggi allineato in uno scaffale della libreria, era ed è una copia rilegata dei primi anni quaranta, con copertina cartonata rossa e pagine lisce e un po’ ingiallite e tavole fuori testo. In tre ore erano volati nembi di mitraglia e palle di cannone, riecheggiati richiami di uccelli coloratissimi e urla feroci d’arrembaggio, infuriati combattimenti mortali tra caimani e coguari in riva a malsane paludi, sibilate frecce di indiani caraibici tra i miasmi velenosi di sabbie mobili assassine, scoccate scintille tra lame di spade e sciabole d’assalto.
I mobili della stanza, l’alto armadio con lo specchio, le calatoie massicce, la dormeuse con la testiera di legno nero intarsiato, l’orologio da muro e il quadro da cui osservava immobile un frate incappucciato avvolto da un’inquietante penombra, si erano trasformati nella mobilia della casa dell’avvocato di Maracaibo, dove Emilio di Roccanera, Signore di Ventimiglia e di Valpenta, assediato dagli armigeri della guarnigione spagnola, si asserraglia con i fidi Carmaux e Van Stiller. L’acqua della tazza aveva cambiato colore, era diventata rossa come il Malaga bevuto nella taverna dai pirati appena sbarcati dalla Folgore.
Ora che Emilio sta uscendo in compagnia della moglie per andare al supermercato gli torna alla memoria che Dalle tenebre fonde che ricoprivano il mare si levò improvvisamente una voce secca e minacciosa, che riecheggiò con vibrazioni metalliche: Hei, del canotto! Fermatevi o vi colo a picco. La donna lo sta richiamando dal riquadro spalancato della porta, mentre lui, assente, guarda oltre i vetri della finestra. Prima di andare via si infila nella tasca del soprabito una copia de Il Corsaro Nero, mentre scende le scale ci tiene la mano sopra. Il tragitto è breve, pochi minuti e sono nel parcheggio custodito del supermercato, Emilio infila l’auto con precisione tra altre due, poi scende ad aprire lo sportello alla moglie. E’ teso, è sempre teso in quest’occasione, avverte un crescente peso alla testa, il respiro si accorcia, l’energia fugge via dal corpo, le gambe si fanno molli. Marito e moglie entrano nel supermercato armati di carrello, incomincia la battaglia, lei non riesce a capire perché la cosa sia per lui così grave, così carica di sofferenza. Emilio scorge subito le schiere di carrelli-carroarmato che scorrazzano e che gli vengono incontro come in una nuova battaglia di Stalingrado, alcuni montati da bambini gesticolanti in torretta, carichi di merci, spinti da donne e uomini stravolti ma non certi d’esserlo. Fischiano le prime palle di cannone, Emilio schiva un colpo di kriss malese vibratogli dal basso in alto, e subito dopo evita un fendente di navaja gettandosi d’un lato. Sta pensando di avvolgersi il soprabito intorno al braccio sinistro ma poi desiste, sa che la moglie non glielo permetterebbe. L’esplorazione incomincia dal settore della frutta e verdura, la donna scorre la lista della spesa, Ricordami di prendere anche il radicchio e i peperoni, Emilio osserva stralunato i banconi refrigerati, zucchine pomodori peperoni carote barbabietole melanzane, tutti allineati negli scomparti, con le rispettive indicazioni di prezzo al chilo e provenienza geografica. La frutta esotica, banane kiwi ananas, pende da quegli alberi che, nella notte del 20 dicembre 1849, erano squassati dall’uragano violentissimo che imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel Mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.Emilio sente le gambe ancora più fiacche mentre osserva i barattoli d’ananas sciroppata, si inoltra nella foresta di vetro e metallo in cui giacciono avviluppati da un sonno di conserva pesche, ciliegie, uva, albicocche, si fa largo tra i rami bassi spingendo il carrello, un bambino di passaggio gli schiaccia l’alluce. Emilio contempla desolato la piccola impronta grigiastra sulla punta della scarpa lucida, poi prosegue, si infila nel corridoio della pasta e ne approfitta, non visto dalla moglie che si è attardata più in dietro, per leggere qualche riga del libro che ha portato con sé.
Il carrello si è riempito, la moglie, un po’ frastornata dal numero immenso di prodotti esposti sugli scaffali, sa comunque districarsi tra le offerte tre per due e la verifica del rapporto qualità peso prezzo. Rimane calma, almeno in apparenza, anche se poi una lieve ansia, quando giunge al bancone dei surgelati sembra di solito posarsi sul suo volto: un’impronta leggera, un’ombra. Marito e moglie ora sono nel reparto successivo, a sinistra formaggi, burro, latticini, yogurth, affettati, a destra conserve di pomodoro, piselli, lenticchie, fagioli, sughi pronti, salse mostarde e maionesi. Se Emilio si avvicina ad uno solo di quei barattoli, se si avvicina tanto da restringere il campo visivo all’intensa macchia colorata dell’etichetta, può scoprire una fitta jungla di ricette, consigli al consumatore, punti fedeltà, numeri verdi e talloncini di prova acquisto. Tutto contribuisce a fargli desiderare i sanderbounds del delta del Gange, darebbe qualunque cosa per trovarsi lontano, in una mattina del 20 aprile del 1875, essere il guardiano del semaforo di Diamond-Harbour, per segnalare la presenza d’un piccolo legno che doveva essere entrato nell’Hugly durante la notte senza aver fatto richiesta di alcun pilota.
Emilo avverte una improvvisa nostalgia della camera dei nonni, di quella luce che sembrava di tropico, del profumo del mare che entrava dalla finestra spalancata, del ticchettio sommesso dell’orologio e il suo melodioso scandire le ore e le mezz’ore, dolci rintocchi che avrebbero potuto riecheggiare nella cabina di comando a bordo della Folgore, al largo di Maracaibo, assieme alla campanella del castello di poppa, che lasciava vibrare lievi rintocchi al rollio della nave. Il carrello s’è bloccato testa a testa con un altro carrello spinto da una donna enorme, forse una lontana parente di un certo Sambigliong, Emilio è costretto a farsi da parte, passa la lottatrice di Sumo che non lo guarda, ha fretta e sbuffa per il peso della spesa e per il suo. Passa qualche minuto e i destros hanno ingaggiato col Corsaro Nero e i suoi fidi pirati un feroce duello in un vicolo di Maracaibo, stringono nei pugni le micidiali navajas, armi formidabili nelle loro mani. Emilio sente lo stridere delle lame che si incrociano, vorrebbe essere lì, correre a chiamare l’erculeo Moko, armato della sua clava, per farlo giungere in soccorso del suo capitano in difficoltà, ma ora gli tocca spingere sulle punte dei piedi per tirare dalla sommità di uno scaffale un pacco di carta asciugatutto da cucina, e deve anche sforzarsi di mantenere l’equilibrio a causa dell’impatto con un signore molto dinamico e con l’aria di divertirsi a fare spese che, con troppa decisione, si è lanciato al suo fianco per afferrare un flacone di candeggiante quasi dovesse strapparlo dal ripiano. Gli ultimi minuti trascorsi nel del supermercato sono una tortura: sosta davanti alla cella frigorifera trasparente dei prodotti surgelati, sollevamento pesi con una confezione di sei bottiglie d’acqua minerale. L’unico momento gradevole è quello dedicato alla scelta del vino, rosso e bianco, il piccolo viaggio tra denominazioni d’origine controllata e le diverse provenienze geografiche dei vitigni. La fila alla cassa porta a termine il ciclo di frantumazione delle ossa, la bollitura del sangue e lo straripamento delle riserve di sudore. Emilio porge la carta di credito con un senso violento di liberazione, è quasi soddisfatto del gesto: segnale della fine, il via al ritorno a casa, l’allontanamento sognato ancor prima dell’ingresso. Ora volge le spalle al corpo artificiale dell’edificio, prigione elettrificata di sostanze nutritive trasformate si allontana dalle note delle canzoni diffuse a tradimento dagli altoparlanti come una subdola pioggia acida. Mentre escono Emilio chiede alla moglie, Mastro Bill, dove siamo, In piena Malesia, mio caro Kammamuri, risponde lei.